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Manuale del masochista



di Francesco Panaro

La caffettiera del masochista di Donald Norman

La caffettiera del masochista di Donald Norman

«La concezione di felicità tipica della cultura di massa, (...), può essere detta consumatrice nel senso più largo del termine, vale a dire che essa spinge non soltanto al consumo dei prodotti, ma al consumo della vita stessa».
Edgar Morin






Il fato conduce dolcemente chi lo segue ma trascina chi gli resiste. Per i latini scegliere la prima possibilità significava evitare l’infelicità. La seconda soluzione, naturalmente, era dolorosa. Il destino era destino, per loro, per gli antichi, una legge eterna che regnava senza contrasto sulla vita dell’Universo. Quindi era giudizioso assecondarlo, opporsi significava  soffrire per tutto il tragitto  e arrivare scorticato e sofferente  alla meta, con una qualità dell'intera vita pessima, dicevano, forse, gli  specialisti di quei tempi. Oggi si sa che il destino, il risultato finale, è la concatenazione di quello che l’individuo ha costruito durante la propria vita. Nessun dio o  legge minacciosa a decidere sopra alle teste delle persone, ma l’individuo. Bella consolazione, bella gatta da pelare avere a che fare con se stessi, sapere di essere responsabile delle proprie sventure, del proprio destino. Insomma, per diventare persone infelici e rendere martiri chi sta vicino, non è poi tanto difficile. La maggior parte degli analisti della mente e degli psicologi lo hanno detto e ripetuto: l’infelicità è nascosta e prolifera al chiuso della mente degli esseri umani.

Come il cervello di quel signore che aveva bisogno di appendere un quadro ma non aveva il martello per piantare il chiodo nel muro. Pensò di farselo prestare dal vicino di casa. Ma sì, certo, lui lo ha e sicuramente potrebbe prestarmelo, rimuginò, anche se l’altro giorno mi ha salutato distrattamente, forse perché aveva fretta, ma probabilmente avrà qualcosa contro di me. Una cosa è certa, io non gli ho fatto nulla e questa potrebbe essere la solita cattiveria degli uomini, magari non vorrà darmelo quel martello. Io, pensò, non avrei nessuna difficoltà a prestarglielo, d’altra parte come si può rifiutare un simile piacere? Ecco, iniziò ad avere un moto  di ira dentro se stesso, questa è la tipica gente che deve rovinare l’esistenza agli altri, come se io avessi bisogno di lui solo perché ha un martello. E no, disse ad alta voce. Così si avviò verso la porta del suo vicino, suonò il campanello e quello aprendo non ebbe nemmeno il tempo di salutarlo che si sentì dire: se lo tenga pure  quel martello, maleducato che non è altro!
 
L’infelicità e la depressione, nella maggior parte dei casi, per usare le parole di William Blake,  sono manette forgiate dalla mente. Karl Marx non fu tanto tenero con l’infelicità: è un male delle classi che non hanno problemi di economia familiare. I proletari, diceva Karl, non possono permettersi il lusso di essere infelici e depressi perché la mattina devono svegliarsi e correre a cercare da mangiare per sé e la propria famiglia. Ma è probabile che le cose non stiano propriamente così. Armando Torno in un suo libro di qualche anno fa, “L’infelicità”, fissa il seme fin dai tempi antichi. Nella tradizione giudaico-cristina l’infelicità  prende le mosse dalla proibizione di Dio ad Adamo all’accesso dell’albero della conoscenza del bene e del male. Nell’Ecclesiaste (1,18) si legge senza giri di parole: “Molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere accresce il dolore”. Questa tradizione è arrivata fino al Medioevo. Dante consiglia l’”umana gente” a non esagerare nel capire “come sono le cose”.

A parte l’origine culturale di questo vento velenoso che soffia nelle vite degli esseri umani, Freud dice che l’uomo della civiltà odierna ha fatto un grande baratto, ha accettato un po’ di sicurezza perdendo la possibilità di un po’ di felicità. Ma già parecchio tempo prima Schopenhauer, come solo lui sa fare, ha messo in guardia tutti: chi costruisce la propria vita sulla ricerca della felicità o della serenità – che è il suo sostituto più economico – mette le basi su promesse che risulteranno vuote. È ciò che disse il padre lungimirante al figlio che gli aveva prospettato l’intenzione di sposare la signorina Katz, dapprima gli chiese perché volesse sposare una donna che non aveva la dote e quando il figlio gli disse che solo con lei sarebbe stato felice gli chiese, «essere felice, e cosa ne ricavi?».
Perché, bisogna dirlo, si parla di infelicità ma è della grande assente che si sta parlando, della felicità. E, una cosa è quasi certa, che dare consigli su come arginarla è sempre stato molto vacuo. Sicuramente bisognerebbe diffidare dei miliardi di tonnellate di libri che ingombrano le librerie di improbabili lestofanti dispensatori di consigli. Quello  migliore lo fornisce Čechov, «…in generale una frase, per quanto bella e profonda, agisce soltanto sugli indifferenti, ma non sempre può soddisfare chi è felice o infelice; perciò suprema espressione della felicità o dell’infelicità appare più spesso il silenzio. Gli innamorati si comprendono meglio quando tacciono».


 

Parole chiave: francesco panaro felicità filosofia

COMMENTI

Sono presenti 27 commenti per questo articolo

Marialaura (utente non registrato)
Grazie Francesco una bellissima lettura prima di dormire...Buonanotte!
il 31 Gennaio 2011

Marialaura Giorgi (utente non registrato)
...
il 31 Gennaio 2011

Eli Mcbett
non c'é niente di piú irritante della gente felice a questo mondo, sono i maggiori istigatori di violenza, odio e rabbia e infelicitá e piú ti accomtenti e sei felice anche con niente, piú ti invidiano... anche se hanno molto di piú di te. Provare per credere. Dunque alla fine si lamentano tutti, per non generare sconforto, ma chi veramente soffre generalmente sta zitto.
il 31 Gennaio 2011

Rosa Amatulli
Innanzitutto, grazie Francesco per queste pagine molto stimolanti. La "felicita'" e' una parola tanto vasta quanto complessa, da poter comprendere e definire.  Queste pagine qui sopra gia' ce ne danno la prova: ognuno di noi concepisce la "felicita'" in modo assolutamente personale.  La nostra eta', il sesso, il posto dove viviamo, le nostre condizioni economiche, educazione, professione, single o in coppia, il nostro stato d'animo, il nostro carattere,  ecc,ecc., sono tutti fattori che contribuiscono alla nostra percezione della felicita'/infelicita'.  Alcuni sono felici perche' fanno l'amore 10 volte al giorno; altri perche' hanno vinto 10 milioni di euro; altri perche' hanno vinto la cattedra di filosofia alla Yale Univ, altri perche' hanno trovato un pezzo di pane sul marciapiede, per i loro figli,  ecc. ecc.   Leopardi ci dice che la felicita' e' impossibile e Schopenhauer uguale ; Paolo e Francesca ci affermano invece che si puo' essere felici anche nell'inferno se si e' innamorati.  Poi c'e' Socrate che ride a quelli che nella grotta credono di essere felici solo perche' hanno scorto un'immagine sulla parete, sanze sapere che e' solo un'ombra.  Poi in un altro diaologo ci dice che e' solo nella vacchiaia che si raggiunge la vera felicita' (buona notte!!); poi  c'e' il mio vicino di casa  Aristotele (abita proprio dirimbetto --alla pugliese-- a me) che ci dice che solo alla fine del nostro viaggio, a complition della nostra vita che possiamo dire con sicurezza se abbiamo vissuto la felicita'--perche' piccoli frammenti di "felicita'" qui' e la' non sono altro
il 31 Gennaio 2011

Elena Franchini (utente non registrato)
Gli uomini ammucchiano gli errori di tutta la loro vita e creano un mostro che chiamano destino (Hobbes?)
il 31 Gennaio 2011

Bruna Durante (utente non registrato)
Grazie Francesco. Non so cosa sia la depressione, conosco la tristezza e la malinconia. La felicità la provo quando mi accontento di quello che ho.
il 31 Gennaio 2011

Valentina (utente non registrato)
Per pudore in casa mia non stava bene manifestare né felicità, né infelicità, ovviamante sotto forma di gioia o tristezza. Ora non ho più quel pudore. Quello che riesce a darmi felicità anche nella sofferenza è sapere ch soffro perchè sono ancora viva.
il primo Febbraio 2011

Francesca (utente non registrato)
nella lingua ebraica la parola felicità non esiste, quel popolo forse per la sua storia non ha definito il concetto, eppure è sempre stato un esempio di tenacia,detrminazione e senso del destino, forse semplicemente perchè la felicità consiste nel raggiungimento di un equilibrio sufficientemente soddisfacente fra bisogno e sforzo da sostenere per superarlo.
il primo Febbraio 2011

Francesca Cannavo (utente non registrato)
grazie Francesco
il primo Febbraio 2011

Rosa Amatulli
Francesca, per Platone e Aristotele, un cittadino raggiunge la felicita' quando sa di aver fatto tutto il possibile per il bene della sua comunita', per la sua  "polis"; felicita' = altruismo.
il 2 Febbraio 2011

Daniele Sanguettoli
sbarco da fb. e sono approdato in questo sito e regolarmente registrato e mi appresto a viverlo scorrendo l' indice vi trovo questo manuale, curioso come madre natura ci ha insegnato lo leggo .... piacevolissima e gradevole lettura grazie Francesco
il 5 Febbraio 2011

Patrizia Barbera
Arrivata alla fine dell'articolo, letto su Facebook, ho trovato una piccola conferma al perché di quel senso di struggimento che ogni tanto mi prende. Non potevi trovare una conclusione migliore.Cechov ha ragione.
il 5 Febbraio 2011

Gabriella Sangalli (utente non registrato)
Scelte sempre interessanti.Bravo!
l'8 Febbraio 2011

Francesco Panaro
Patrizia, Aver trovato il "perché" del tuo senso di struggimento non è un traguardo di poco conto, non farò l'errore di parlare ulteriormente e non rispettare il suggerimento di Čechov... ma è nella la storia del martello la via di fuga, forse :-)
il 9 Febbraio 2011

Roberta Aquilini (utente non registrato)
L'infelicità è uno stato in cui non ci sentiamo completi o ci sentiamo mancanti di qualcosa....fin da bambina ho percepito questo senso di infelicità ed oggi credo che sia stato indispensabile provare sofferenza, è stata la spinta che mi ha portata a cercare all'interno e all'esterno delle risposte sul senso della vita, la spinta a cambiare, a mettermi in discussione....la felicità è fatta di momenti, non può essere costante come l' infelicità. In un aforisma Einstein afferma che chi è indaffartato non ha tempo per piangere, io non lo credo, uno dei pochi aforismi di Albert che non condivido, ricordo le lacrime di mia madre scorrere insieme al piccolo fiume dove ci recavamo a lavare i panni(in quegli anni si poteva ancora, l'inquinamento stava arrivando da lì a poco), le lacrime insieme alla pioggia si confondevano ed erano dovute al nostro stato di bisogno economico, all'incertezza sul futuro. Certe depressioni sono congenite, te le ritrovi come eredità ed oggi, solo oggi vi sono farmaci che possono ovviare l'inconveniente. E' sull'ultima frase di Cecov che vorrrei soffermarmi, il completamento con l'altro, l'innamoramento cita Anton come felicità, non è tanto il silenzio ma l'interagire con un'altra persona può portare al completamento, segno che certo noi siamo responsabili del nostro destino ma non siamo fatti per stare soli. Un simile tipo di completamento si può raggiungere anche in altri modi a mio avviso, spiritualmente, nell'amore con e per Dio, dipende dalla nostra vera natura, per cosa siamo predisposti, chiamati, quale è il nostro
il 9 Febbraio 2011

Patrizia Barbera
Francesco, mai chiesto martelli ai vicini di casa. Quando decido di appendere un quadro,prima mi assicuro di avere chiodo e martello; il problema nasce dopo averlo appeso, quando mi accorgo che forse era meglio non farlo, non su quella parete, non in quel momento. E allora lo guardo in silenzio .(fai conto che ci sia una faccina...io non le so fare)
il 10 Febbraio 2011

Pio Antonio Caso
Siena, Porta Romana, via di Pantaneto, al tempo il dipartimento di Storia e il Manicomio facevano parte di una unica struttura divisa da una sorta di ponte. Parcheggiare l'auto era molto difficile, specie quelle mattine nebbiose quando si era sempre in ritardo. Faccio amicizia col custode del manicomio e comincio a parcheggiare dentro, in cambio di un caffè. Nel parcheggiare dentro il giardino e andare a riprendere l'auto a fine lezione, comincio a familiarizzare coi matti. Alcuni poi li ritrovavo a pranzo da Zeno, la trattoria vicina. Pochi di loro accettavano estranei al proprio tavolo, nei momenti di maggior afflusso di clienti. Zeno li conosceva uno ad uno e si barcamenava tra di loro come un abile marinaio nella procella. Il Maestro era di Perugia, era stato dichiarato scemo di guerra, pur possedendo una erudizione enciclopedica. Saputo che ero di Taranto e che studiavo Lettere, mi accettava al suo tavolo. Entrammo in confidenza e così mi raccontò che aveva ancora fratelli e sorelle che vivevano nella casa paterna. Gli chiesi allora perchè non vi tornasse. Mi rispose che il Manicomio gli dava la sola felicità sostenibile.
il 17 Febbraio 2011

Alida Fenizi (utente non registrato)
Ma le basi della felicità o dell'infelicità vengono poste quando siamo inermi e dipendiamo da altri, a primordi della nostra vita. Poi si tratta di demolire o continuare a costruire. Demolire è più difficile perchè bisogna trovare strumenti che non hai.....devi procurarteli, imparare ad usarli. A volte non sai nemmeno che ti servono o quali ti servono o come farli funzionare....E' un'impresa ciclopica, non impossibile, ma ciclopica.......
il 21 Febbraio 2011

Paola Nenciolini (utente non registrato)
La frase finale è di grande verità, infatti la felicità in tutta la sua pienezza forse davvero sta in quell'attimo di amore ,nel breve spazio di uno sguardo che si stampa dentro l'anima...tutto il resto è noia.
 
il 15 Aprile 2011

Mcbett (utente non registrato)
http://www.youtube.com/watch?v=9ObX0eO6EtI&feature=related
il 18 Aprile 2011

Gianluca Zoni
a prima vista, dalla domanda retorica per email ricevuta ora da questo sito web ("essere felice, e cosa ne ricavi?"), si dovrebbe rispondere: ne ricavo la felicità, è ovvio!

Ma non credo di poter dire che tutto questo abbia senso. Né la risposta, né la domanda che l'ha presupposta.
Il vero problema é: cosa intendi per "felicità"? Inoltre, è una cosa che si può "intendere"? Ha senso?

Si può intendere un concetto, ma non uno stato di cose che non è dato da alcun concetto. Si può inventare uno stato di cose e anche un concetto correlato di "felicità" e si può inventare anche la domanda che dovrebbe avvolgere tutto questo (sull'essere "felice"), ma l'essere stesso di tutto questo sarebbe anteriore e troppo esteriore a tutta questa sequela di ragionamenti.

Il "pessimismo" di Schopenhauer, per quanto possa sembrare tale ad alcuni sprovveduti intrisi di cliché, è ottimismo puro: suggerisce che la gioia vera non si può misurare, neppure con la cosiddetta "felicità" (con o senza matrimonio, con o senza dote...: sono tutte "unità di misura" per il _senso della vita_ che è stato già presupposto).

Trovo abbastanza noioso e triste che si pensi all'amore fra due persone -la "vera felicità"- come ad un rapporto prestampato e vuoto (Tristano e Isotta che si ripetono "tristano e isotta" rispecchiandosi l'una nell'altro e l'altro nell'uno all'infinito in un totale deserto! Come uno specchio contro un altro specchio...) privo di intensità: è proprio nell'attività NEL MONDO, in mezzo al casino globale, galattico e cosmico, nelle avversità e nelle invenzioni reali, nei problemi politici, nelle cazzate anche economiche...  che può esserci qualcosa di sensato.. perché negare senso all'amore pur di venerarlo?

Ma di cosa si parla quando si usa la parola "felicità", come avulsa dalla realtà? Di stronzate.
Mi piacciono i finali dei film di Buster Keaton, che dopo aver conquistato il mondo (e aver sposato la sua amata agognata per tutto il casino del film), alla fine rivolge alla cinepresa il suo "sorriso"...
il 16 Ottobre 2014

Gianluca Zoni
Comunque, va detta una cosa: le nostre "intenzioni" non hanno alcun peso sul nostro "destino". Una conclusione del genere l'aveva intesa perfino donald davidson nei suoi disperati tentativi di dare senso alla sua "teoria causale dell'azione" per dare consistenza alla tesi "compatibilista" (con la quale da secoli svariati pensatori ritengono che il "determinismo causale" è compatibile con il cosiddetto "libero arbitrio"), naufragata a causa del proliferare problematico delle "catene causali devianti"... (perché non dire "caso", a-priori ed interno ad ogni causalità dei fatti e delle azioni, in/per/di tutta la concatenazione in quanto tale?)

è chiaro che se l'intenzionalità ed il destino non hanno alcuna correlazione... l'associazione delle parole "felicità" (una cosa che si cerca) e "destino" diventa imbarazzante
il 16 Ottobre 2014

Gianluca Zoni
Quanto a "I proletari, diceva Karl, non possono permettersi il lusso di essere infelici e depressi perché la mattina devono svegliarsi e correre a cercare da mangiare per sé e la propria famiglia.", ammesso che Marx affermasse questa cosa in assoluto, cioè priva di contesto, suscita almeno un problema: bisogna davvero essere sottomessi, sottoposti alla fame, sfruttati, brutalizzati, ridotti ad essere ingranaggi "di carne", per non essere infelici?
il 16 Ottobre 2014

Patrizia Barbera
Dalla prima lettura di questo articolo sono passati più di tre anni. Mi ritrovo quasi uguale a ripensare  le circostanze in cui la lamentazione per l'infelicità non nasconde altro che un desiderio di felicità non esprimibile a parole, per paura, per pudore, per senso di inadeguatezza a gioire.  Un eloquente in-espresso , solo dentro te lo culli quel desiderio. Eppure non posso che ribadire che il silenzio è , talvolta, la parola migliore. D'altra parte , per fare una citazione colta che non ci sta mai male, nel silenzio vivono gli scorticati...Roland Barthes docet.

    "Sono una massa di sostanza irritabile. Non ho pelle tranne che per le carezze."   Anche silenziose vanno bene.                                                                                                                    
il 16 Ottobre 2014

Paola (utente non registrato)
Per me è sempre stata una cosa sola: completa accettazione di se stessi.
il 16 Ottobre 2014

Francesco Panaro
Patrizia, ciò che dici ha qualche assonanza con Pascal. Certo, è una semplificazione da parte sua e non bisogna credergli del tutto (vuoi per la complessità delle cose, vuoi perché quello che segue è solo un pensiero estrapolato dal resto...), ma...:

Quando mi sono messo, talvolta, a considerare le varie agitazioni degli uomini e i pericoli e le pene cui si espongono, nella Corte, in guerra, e donde nascono tante liti, passioni, imprese audaci e spesso sconsiderate, ecc., ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera. Pascal, Distrazione
il 5 Novembre 2014

Patrizia Barbera
No, tranquilli in una camera proprio no...
Preferisco consumare la vita cercando.

https://www.youtube.com/watch?v=IxuThNgl3YA
il 10 Dicembre 2014

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