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Mussolini letterato



di Francesco Panaro Matarrese




Nell’edizione del 9 luglio del 1921 sul quotidiano del Popolo d’Italia – l’anno seguente diventerà l’organo del Partito nazionale fascista – appare la recensione di Benito Mussolini al romanzo Stella mattutina di Ada Negri.
 
Nella settima ristampa del 1940 – nonché nuova edizione riveduta dall’autrice – l’editore Mondadori fa comparire quell’articolo  come introduzione. Lo scritto in alcuni punti cede alle ovvietà dell’epoca e ai tic del personaggio, ma ha un contenuto lirico di non poco valore, (nonostante nel 1915 il maestro di Predappio fosse stato bocciato proprio all’esame d’italiano per l’abilitazione all’insegnamento, con grave lamentela del commissario).
 
Loda la scrittrice per il suo impegno sociale, frutto dei suoi ideali politici – «…C’erano motivi intimi, oltre al colore del tempo. Il socialismo è stato per la Negri una esperienza poetica: come per me, ad esempio, una esperienza politica» –, ma non manca di rimproverarla per un’oggettiva ragione di economia nella costruzione di due punti della narrazione.
 
L’articolo, comparato al lavoro fatto oggi nelle redazioni, mette in ombra gli addetti ai lavori che si alterano nei telegiornali, su quotidiani e riviste, e non solo di destra, anzi: fatti salvi uno o due nomi della critica letteraria, artistica e cinematografica odierna, sembrano tutti addetti degli uffici stampa delle case editrici e dei produttori cinematografici.
 
Ma c’è un neo nel recensore d’eccezione e di lì a poco dittatore d’Italia, quello, forse, di non aver preso in considerazione per sé e per l’Italia il suggerimento di Epitteto citato in chiusura della bella recensione: «Tutto ciò che è nato deve morire: è una legge generale. Io non sono l’eternità: sono un uomo, una parte del tutto come l’ora è una parte del giorno. Un’ora viene e passa: io vengo e passo anch’io». Nei prossimi giorni Uncommons proporrà un estratto del romanzo Stella mattutina di Ada Negri.

  
Se la poesia è il tentativo d’evasione da finito all’infinito; dal reale all’irreale: se la poesia è un volo verso i cieli ed anche un moto di dedizione casta verso l’umile terra: se la poesia è il brivido suscitato da un’immagine, quest’ultimo libro di Ada Negri ha moltissime pagine di poesia. Poesia ottenuta con mezzi semplici. Una riduzione all’essenziale. Non v’è eccesso di decorazione: l’architettura di questo libro è di poche linee, armoniose.
 
Autobiografia? Non nel senso tradizionale della parola. La poetessa narra la storia della sua prima giovinezza: sino ai diciotto anni. La storia non ha complicazioni drammatiche: non esce, in fondo, dai limiti dell’umanità ordinaria. Tutto il racconto si svolge in terza persona. Spazio e tempo sono ormai lontani.
 
Ada Negri colloca la Dinin, di quell’epoca, nella cornice di una piccola città di provincia. Dentro la cornice il quadro: quadro di cose e quadro d’anime. L’una e l’altro, così aderenti da formare un’identità. Le cose sono in lei e lei è nelle cose che la circondano. Da questa singolare posizione spirituale sboccia la poesia.
 
La descrizione della fiorita dei gigli nel vecchio giardino della vecchia casa dà all’animo un senso di freschezza: c’è quasi un’immediatezza nella visione: vi par di assistere colla piccola Dinin al prodigio che commuove: «Tutta un’aiuola di gigli, fiorita quasi all’improvviso, lungo il muro orientale del giardino, quella mattina di giugno. Gigli nel sole: ella non vede altro.
 
Ieri erano ancora in boccio; ma chi ha mai potuto assistere al preciso momento dello schiudersi di un fiore? Ella s’è pian piano avvicinata al miracolo dei candidissimi calici, eretti sugli alti gambi, come stami dorati al posto del cuore…».
 
La bambina, scontrosa, piuttosto selvatica, condannata alla vita triste della sopportabile miseria, trova la sua liberazione in una comunione diretta colle cose, colla divina ricchezza della natura. Il senso, che si potrebbe chiamare «pànico» della vita, eccolo esaltato in questa specie di inno alla gloria del sole:
 
«Ella è profondamente innamorata del sole. Sa che il suo colore è più splendente in luglio, più intenso in agosto, più riposato nel settembre; e che nulla è più soave agli occhi di una pallida lista di sole sui tetti a febbraio, quando dimoia è soltanto qualche ultimo sprazzo di neve biancheggia qua e là sugli embrici».
 
Ecco maggio umanizzato che «entra dal balconcino aperto, tacitamente frenetico, con tremuli riflessi di verde, tepore di sole, profumo di acacie e ronzii musicali di bombi in amore».
Ecco ancora, con poche pennellate, il quadro della piccola chiesa dove l’adolescente si reca qualche volta a pregare:
 
«Dolci lumi, dolce sentore d’incenso, fiori di carta e sospiri d’organo: piccola gente ignota, tutta buona mentre sta pregando: delizia del torpore mistico, litanie gravi modulate in coro, certezza di Dio padre, serenità!».
 
La bambina cresce in età. Attorno a lei gli eventi hanno sempre un ritmo piuttosto normale. La nonna muore. La mamma continua a lavorare nella fabbrica. Il fratello – irregolare – non rientra sui binari e finirà, dopo tormentate peripezie matrimoniali, a morir tisico in un ospedale. È giunta l’età critica.
 
Ma nella rievocazione non c’è nulla di licenzioso o di eccitante. Il fatto fisico o fisiologico si accompagna con acuti perturbamenti psichici, il che deve essere naturale in una fanciulla di squisita sensibilità; ma anche queste pagine di verismo sono ben lontane da certo verismo prosastico e prosaico.
 
Nessuno può lacerare il velo del pudore che la bambina getta attorno a sé, nel momento che diventa donna. Intanto, mentre frequenta le scuole normali, il dio dei poeti comincia ad angustiarla. C’è nell’anima della scolara irrequieta una forza che cerca una direzione.
 
La piccola prigioniera s’affaccia alle sbarre della sua prigione – la sua giovinezza mediocre  – e tenta di spezzarle. Ci riuscirà più tardi. Il vasto panorama della poesia si affaccia al suo sguardo intenso. Oh sensazioni inesprimibili; desidèri cocenti; sogni di grandezza e di gloria.
 
Che cosa è la Poesia?
«I vènti azzurri dell’Odissea, portanti dal largo echi di cori eroici: la bellezza di Elena, sola femmina nel mondo fra gli uomini e la morte: l’irruente cavalcata notturna degli endecasillabi dei Sepolcri e, sovra tutto, certe immobili e portentose serenità del Leopardi la mantengono in quello stato di grazia, di dolcezza gaudiosa che prima le fu rivelato dall’ascoltare, attraverso l’invisibile  e l’inafferrabile, lo scorrere del tempo».
 
Ancóra e sempre la comunione «pànica» della vita, con le cose, con gli uomini; con quelli che furono, con coloro che saranno; cogli uccelli che riempiono gli alberi di canti; colle erbe che crescono alte e grasse nei cimiteri delle città silenziose; coll’acqua che nella sua fluidità provoca nell’adolescente un senso di paurosa angoscia; coi temporali estivi che «nella piena canicola gettano di sorpresa il pianto livido dell’autunno».
 
Per Dinin «il mondo consiste in quella pianura senza mutamento, intersegnata da fughe rettilinee di gelsi, da scorrere geometrico di fossi e di canali; e che pure si fonde con la trasparenza dell’aria e con l’arco sublime del cielo in una bellezza nella quale tutto si placa».
 
Giorno per giorno ci è dato seguire lo sviluppo di questa vita: da quando la piccola faceva la portinaia, al giorno in cui comincerà in un collegio privato ad insegnare. Questo libro ci spiega anche come qualmente la prima attività poetica della Negri sia stata di carattere sociale. C’erano motivi intimi, oltre al colore del tempo. Il socialismo è stato per la Negri una esperienza poetica: come per me, ad esempio, una esperienza politica.
 
Mi domando se, per l’economia artistica del volume, erano necessàri i due racconti che lo interrompono a metà. Quei due racconti non tolgono nulla, ma non aggiungono nulla alla bellezza del libro. Quelle storie non mi interessano. È la vita di Ada che m’interessa e mi seduce.
 
La continuità delle mie impressioni e sensazioni non dev’essere interrotta con racconti a lato, anche se scritti in una forma che ricorda assai da vicino la divina semplicità della novellistica maupassantiana. È questo l’unico appunto che un critico arcigno può fare all’Autrice. Tutto il resto è poesia dolce e profonda.
 
Tutto il resto è freschezza di primavera che dà un senso di riposo all’anima. Un po’ di noi rivive in quelle pagine. Trascorrendole, sono i volti della nostra infanzia che tornano, mentre cantano nei nostri cuori le fontane segrete di tutte le nostalgie.
 
Tornare! Ricominciare! Sogno pazzo di Faust!
Ma Epitteto, greco e saggio, ammonisce «Tutto ciò che è nato deve morire: è una legge generale. Io non sono l’eternità: sono un uomo, una parte del tutto come l’ora è una parte del giorno. Un’ora viene e passa: io vengo e passo anch’io».
 
Ma i tramonti della vita, come le aurore, hanno luci e armonie e ricchezze e bellezze. Poiché, se i crepuscoli del mattino si spengono nella gloria folgorante del sole, i crepuscoli della sera muoiono nella luce virginea delle stelle.
Mussolini 
Da Stella mattutina, Ada Negri

Parole chiave: francesco panaro matarrese ada negri letteratura benito mussolini

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