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Quando gli uomini avevano la coda



di Roy Lewis

Penso che, se avessimo voluto, saremmo riusciti a sopraffare papà; ma certo uno o due di noi ci avrebbero rimesso la pelle. Così, imprecando e ringhiando, fummo costretti a ritirarci sempre sotto la minaccia della sua poderosa lancia: quando fummo fuori tiro gli voltammo le spalle e sgattaiolammo verso sud.
Fatti alcuni chilometri, Oswald diede l’alt. Adesso era lui il capo riconosciuto.
«Sentite, fratelli» disse. «Non c’è sugo a continuare così alla cieca. Dobbiamo parlare, fare un piano d’azione. Il maledetto vecchio ci ha messo nei guai; ma adesso dobbiamo ballare. A fiuto, direi che questa gente sta a non più di una ventina di chilometri da noi. Non sappiamo che tipi sono, né cos’hanno in mente. Magari sono venuti da queste parti per cacciare: potrebbero prenderci per babbuini e farci la festa».
«Macché babbuini!» protestò Wilbur.
«Be’, dipende da quale di noi avvistano per primo» grugnì un fratello. «Non ha senso rischiare».
«Se ci assomigliano solo un po’, prima ci infilzano e poi fanno domande» dissi io. «credo che tu abbia ragione, fratello. Bisogna avvicinarsi con tutte le precauzioni. Cosa suggerisci?».
«La prima cosa da fare è armarci» affermò Oswald deciso. «Il vecchio ci ha preso le armi. Ora è compito tuo, Wilbur: trova un po’ di selci e fanne asce e lame per appuntire le lance. Intanto noi andiamo a fare raccolta di bastoni per fabbricare lance e clave».
«Ma non capisco a che serve» fece Alexander.
«Non è meglio presentarsi e spiegare quello che siamo venuti a fare? Siamo corteggiatori, noi, non cacciatori».
«È la stessa cosa» disse Oswald.
«Proprio così» confermai. «Dobbiamo avvicinarci di soppiatto e dare subito un’occhiata all’orda. Noi siamo in quattro e loro magari in quaranta. Se si stanno muovendo conviene braccarli, tagliando fuori eventuali ragazze sbandate; oppure attaccarli di notte, come iene, e portarci via una ragazza per uno».
Oswald annuì: «Sono d’accordo con  Ernest. Credete che siano disposti a perdere le loro donne così di buon grado? Non la penseranno certo come papà sugli accoppiamenti in famiglia, e non gradiranno affatto quello che ci prepariamo a fargli».
«Be’» brontolò Alexander «secondo me non è questa la maniera più gentile per procurarsi l’affetto di una ragazza…»; ma poi, come sempre, chinò la schiena e si mise a lavorare anche lui ai preparativi. Avevamo quasi finito quando fu folgorato da un dubbio tremendo: «Ma, fratelli, vi siete chiesti se…be’, se piaceremo alle ragazze?».
«Piaceremo, altroché!» ringhiò cupo Oswald, lisciando il manico di una clava da un metro.
Quando ci sembrò che tutto fosse pronto, riprendemmo il cammino, stando bene attenti a procedere controvento; fino al calar della notte non ci avvicinammo troppo. Poi trovammo un posto per accamparci. All’alba, col favore della prima nebbiolina, salimmo su una collinetta che avevamo prescelto perché consentiva di abbracciare con lo sguardo il posto dove l’orda viveva. Quando la nebbia cominciò a dissolversi, ci accorgemmo che si trovavano proprio sotto di noi.
Vivevano in riva a uno degli scintillanti laghi che irrigano l’Africa dall’Etiopia allo Zambesi, in fitta e ininterrotta catena. I bordi di quella immensa distesa grigio-azzurra erano orlati da una serie di vulcani, ognuno col suo pennacchio di fumo levato verso l’azzurro pallido del cielo. Ma nell’accampamento sotto i nostri occhi non c’era traccia di fumo a far da contrappunto. La località era un promontorio fiancheggiato da paludi fitte di papiri e di erba tifa; nel greto sassoso si aprivano qua e là buche, a volte coperte con rami di palma e di bambù, a mo’ di misero tetto. Solo il ticchettìo della selce picchiata sulla selce diceva che quelle figurette olivastre accucciate erano uomini scimmia e non un branco di scimpanzé.
«Non hanno il fuoco, e nemmeno una caverna» disse Oswald, disgustato.
«E neanche idea di come si lavora la selce. Sentite che roba!» esclamò Wilbur.
«E noi dovremmo imparentarci con tipi così?» sbottai. «Altro che selezione naturale!». Tutta l’acredine nei confronti di papà tornò a mordermi.
Via via che la luce del giorno aumentava, lo squallore di questo slum paleolitico si palesava sempre più desolante. Ma Alexander osservò: «Non credo che poi sia così brutta come pensate. Quella là a me piace abbastanza». Tutti guardammo nella direzione che i suoi occhi indicavano: da una buca coperta da frasche strisciava fuori, per andare a bere al lago, una ragazza innegabilmente carina.
«Fancocero! Hai proprio ragione!» proruppe Oswald travolto da improvviso entusiasmo. «Ha due quarti posteriori degni di un ippopotamo! Fantastica! Chi l’avrebbe mai detto, in un immondezzaio del genere?».
«Ce n’è un’altra!» soggiunse Alexander con un sussurro estatico. Aveva ragione: una seconda, giovanissima bellezza campagnola era appena sbucata all’aria mattutina e si stiracchiava sotto ai nostri occhi, sporgendo il busto in una serie di profonde inspirazioni. Poi scese all’acqua caracollando morbidamente; ma subito la seguì un’altra stupenda femmina della specie, di proporzioni assolutamente elefantesche: Oswald fece appena in tempo a soffocare il fischio d’ approvazione che già affiorava sulle labbra di Wilbur.
«Controllati, macaco!» ringhiò Oswald, ma intanto anche lui stava letteralmente divorando con gli occhi la ragazza.
Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Roy Lewis

Parole chiave: umorismo

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Patrizia Barbera
Non ho parole...No, stavolta non ho proprio parole.
La donna "preda", il maschio cacciatore...
Però, a pensarci bene, mi sa che qualche uomo la coda ce l'ha ancora.
Forse bisognerebbe amputargliela ( la coda).
il 27 Febbraio 2011

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