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Questo è il punto. E virgola



di Francesca Serafini



P
artiamo da un azzardo. Immaginiamo il narratore russo Isaak Babel'[*] ancora vivo nel 2009 e – già che ci siamo – con un po' meno anni di quelli che avrebbe avuto allora: tipo ottanta, magari portati bene. Non solo: pensiamolo anche come intestatario di un conto corrente con Poste Italiane.
 
E poi concentriamoci sulla mattina del 10 ottobre di quell'anno, nel momento in cui la cassiera di un supermercato romano restituisce allo scrittore il suo Postamat, con l'imbarazzo che c'è sempre quando una transazione viene rifiutata, specie a una persona anziana. Babel' non capisce: si tratta solo di una quarantina di euro, e sul suo conto ce ne sono almeno ventimila. "Giusto ieri ne ho prelevati trecento per le spese di condominio", dice sorpreso alla cassiera, mentre cerca in tasca la ricevuta con relativo saldo finale.
 
Ma il problema è proprio quello. Lui non sa che nella notte un guasto al sistema informatico ha fatto saltare la virgola dei decimali su tutti i conti Poste Italiane, trasformando il prelievo di 300,00 euro in uno dunque di 30000, superiore all'intero ammontare del suo deposito.
 
Quando il direttore della filiale, scusandosi, glielo spiega, rassicurandolo sul fatto che il problema verrà risolto in poche ore e il saldo ripristinato, Babel' non replica, concentrato com'è su un'idea che vorrebbe appuntarsi prima di perderla. Per questo se ne torna subito a casa: appena entrato, senza neanche togliersi la giacca, cerca tra i libri uno dei suoi.
 
Quando lo trova, sfoglia le pagine con foga, finché si ferma, illuminato, su un passo: «Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto». Babel' annuisce soddisfatto. Prende una matita e finalmente si siede, aggiungendo a margine: Senza contare quello che può fare una virgola.
 
È andata così. Più o meno: anche se purtroppo senza Babel'. A causa di una virgola, la notte tra il 9 e il 10 ottobre del 2009, circa sei milioni di correntisti con Poste Italiane hanno visto i loro conti prosciugati di colpo.
 
Una lezione estrema di grammatica: la più efficace della storia della lingua italiana per spiegare quanto l'uso improprio di un segno interpuntivo – in questo caso l'omissione – possa creare danni. A volte perfino irreparabili, come è capitato al monaco Martino: quello che per un punto messo al posto sbagliato perse la cappa, secondo la storia che racconteremo più avanti della carriera talare stroncata e poi immortalata nel famoso proverbio.
 
Si tratta, certo, di casi clamorosi, ma sbagliare la punteggiatura, specie in tempi in cui la scrittura è diventata uno strumento importante di comunicazione quotidiana, può generare fraintendimenti fastidiosi: un danno anche solo affettivo per chiunque ci tenga a essere capito dal prossimo. A volte infatti un punto può cambiare completamente il senso del nostro pensiero, con tutte le conseguenze del caso.
 
Per esempio. Immaginate di aver appena ritrovato su Facebook un amico che non frequentate da anni: uno simpatico, con cui avete passato decine di serate spensierate. Quando lo riconoscete sull'immagine sorridente del profilo vi viene subito voglia di rivederlo.
 
Così, per rompere il ghiaccio, esordite con un classico: "Ehi, quanto tempo. Come va?" L'amico è contento anche lui, per questo vi risponde subito, dal telefonino, mentre guida. Ma in quelle condizioni gli scappa un punto di troppo e, invece di scrivere un rassicurante "Sono vivo e vegeto" (dopo tanti anni è giusto precisarlo), lascia partire – citando involontariamente Paolo Cananzi – "Sono vivo. E vegeto". Addirittura?, pensate subito. Uno allegro come lui, così irresistibilmente attratto dalla vita: che cosa può essere successo?
 
E allora cominciate a domandarvi se ha perso il lavoro, se sua moglie lo ha lasciato o se, nel frattempo, sono venuti a mancare i genitori a cui era tanto legato. E la domanda a quel punto diventa: avreste ancora voglia di passarci insieme una serata, con tutti i problemi che avete già, compresi quelli degli amici che non avete mai smesso di frequentare? La risposta – quella che digitate un secondo dopo – è: "Mannaggia, è arrivato il mio capo, devo chiudere. Stai su, eh... ci sentiamo presto". Cioè: mai più.
 
E chissà che allora alla questione gigantesca posta da Cesare Pavese – «come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri» – non si possa rispondere con un infinitamente piccolo e interlocutorio "intanto proviamo almeno a non sbagliare la punteggiatura". Sembra una cosa da niente, una soluzione banale in confronto al «problema della vita». Ma siamo sicuri che sia così semplice?
 
A parte gli accidenti – il guasto informatico di Poste Italiane o la fretta nel digitare sul telefonino in condizioni precarie – sapremmo dire con certezza come usare quell'insieme di segnetti che nella scrittura si alterna sempre con le parole? Per esempio, quando va usato il trattino? E le virgolette, le parentesi? Perché mai c'è anche il punto e virgola a complicare le cose? Ci vorrebbero regole, indicazioni sicure per tutte le circostanze. Ma dove trovarle?
Francesca Serafini, Questo è il punto. Istruzioni per l'uso della punteggiatura, Laterza
 

[*Isaak Ėmmanuilovič Babel', giornalista, drammaturgo e scrittore russo, 1º luglio 1894 – 27 gennaio 1940 o 1941]

Parole chiave: grammatica babel'

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