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Stella mattutina



di Ada Negri

Non invidia il lusso delle sale padronali, non le guarda nemmeno. Né le fanno gola gli squisiti mangiari, tanto l’abito della sobrietà s’è fatto natura in lei. Solo, non vuol servire.
 
Quella portineria! Odiosa, con la bianca invetriata a smeriglio verso la strada, e il doppio uscio a cristalli trasparenti verso il porticato interno. Odiosa, con il campanello che squilla ad ogni entrar di persona; e bisogna rispondere: - Sì, no, i padroni ci sono, non ci sono.
 
E il giorno di ricevimento, con tutti quegli equipaggi alla porta, e tutte quelle signore fruscianti in seta e velluto, che la guardano dall’alto o non la guardano nemmeno: oppure le sorridono con stupida benevolenza, e questo la fa impallidire di più!
 
Salgono a far visita alla signora del palazzo: maestosa femmina, che fu assai bella in giovinezza, ma ora affoga nel grasso e soffre d’ipertrofia di cuore; e sarebbe buona; ma ha i suoi modo troppo alteri e bruschi, perché le venga riconosciuta la sua bontà.
 
Dirige la propria casa con l’energia d’un comandante di vascello, e fuma insaziabilmente, giorno e notte, sigari virginia, lunghi dall’acre odore.
 
Non vuole male alla portinaretta; e pure possiede il segreto di fustigarla a sangue con poche, recise parole. Un giorno le toglie di mano il quaderno dei componimenti: lo sfoglia come si sfoglia un taccuino quando si cerca una data, lo leggicchia qua e là; e sentenzia:
 
– Questa non è farina del tuo sacco: roba rubacchiata presa a prestito: via! Tu leggi troppi romanzacci, bambina.
 
La bambina, che in quel momento si sente una donna, risponde di no, di no, più con il gesto del capo che con la voce. Di no, di no. che non ha rubato. Ma ha il viso color ramarro, e gli occhi cattivi.
 
E le sembra che nella vita l’avrà sempre dinanzi, la grossa signora energica che puzza di sigaro, a strapparle di mano il quaderno e a dirle: «Non è roba tua: hai mentito.»
 
E l’odia, come odia la portineria. Ma più sente il rancore crescerle dentro una mattina: - la mattina dei gigli. Tutta un’aiuola di gigli, fiorita quasi all’improvviso, lungo il muro orientale del giardino, quella mattina di giugno.
 
Gigli nel sole: ella non vede altro. Ieri erano ancóra in boccio; ma chi ha mai potuto assistere al preciso momento dello schiudersi d’un fiore?
 
Ella s’è pian piano avvicinata al miracolo dei candidissimi calici, eretto sugli alti gambi, con stami dorati al posto del cuore.
 
Le par giorno di festa, perché i gigli son fioriti. Le par d’essere in chiesa, e l’aroma che respira le ricorda la santa comunione. Tende le mani come per pregare…Ma ecco, da una delle finestre verso il giardino, la rauca voce della signora:
 
– Ehi, là, dico! Non si toccano i fiori! Guai a te se ti prendi un giglio!
 
Non voleva toccare. Stava in adorazione, soltanto. Quella donna ha bestemmiato. Vi sarà sempre una ruvida voce che l’accuserà d’essere un ladra, ogni volta che tenderà le braccia e l’anima verso la bellezza? Amare la bellezza è un peccato?
 
Vi è fra lei e la signora qualcosa d’inconciliabile, che più cresce con il crescere degli anni: inimicizia senza remissione, fra lei e tutti coloro i quali han bisogno di qualcuno che apra loro il cancello quando tornano a casa in carrozza, e non vogliono essere derubati dei fiori che rallegrano gli occhi di tutti.
 
(…) Gode di starsene sull’uscio di strada della portineria: in piedi contro uno spigolo, oppur seduta sullo scalino di pietra.

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Parole chiave: ada negri mussolini letteratura

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Daniela Agostini (utente non registrato)
bello questo ritratto di donn  che lotta per la sua identità e per la sua realizzazione ,è una lotta interiore ancora confusa per la giovane età e per il periodo in cui vive ma si sente la voglia di essere diversa , di essere sè stessa
il 20 Settembre 2011

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