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Un bel regalo, o no?



di Stefano Benni

Avvilito e deluso ero già intenzionato a ripartire quando, oh meraviglia! vidi finalmente una cosa che non era né quazz né trond né pietra né lapillo, una meravigliosa nuova cosa. Atterrai  e mi avvicinai. Era uno scatolone metallico, simile a un becodiano obeso, ricolmo di oggetti misteriosi fatti con materie, che poi seppi chiamarsi carta plastica e latta. Avevano diversi colori, e anche se in essi c’erano esempi di quazzismo e trondismo, la varietà era strabiliante. E che odori strani emettevano! Forti, penetranti, così diversi dall’odore becodiano, cenere e quazz lesso. Frugai un po’ col mio braccetto e tirai su dallo scatolone un oggetto stupendo: un cilindro rosso rilucente. Era firmato con una scritta trondeggiante che attraverso il mio universibolario decifrai in coco-colo o colo-coco. Pensai fosse opera di due artisti. Poi vidi un animale splendido, formato da un corpo tutto irsuto di pelo terminante in una lunga coda di legno, e delle stoffe preziose e candide con le scritte “supermercato Pam” e “Standa” e ancora oggetto oblunghi e trasparenti, meravigliosi sughi odorosi, bucce a spirale, carte fruscianti piene di geroglifici. Ero lì con il portello spalancato a guardare tutta quella ricchezza, quando vidi la prima creatura terrestre. Stava frugando beata tra gli oggetti meravigliosi dello scatolone. Subito presi il dizionario turistico interstellare e scandii bene questa frase:
«Sku-ssi, lei uommo di terrah, pot-zo io komp-rarre uno di kuesti suoi ztu-pehndi ogetti?» La creatura spalancò i bellissimi occhi gialli, mosse la coda e rispose:
«No komp-rarre, tutti pozzono prendherre, ma ora skampare via, poi ke venire uommini di spah-tzaturra. »
Ed ecco la creatura che credevo uommo balzare via spaventata all’arrivo di un essere rombante grande come venti becodiani, da cui discendono gli uommini, uno dei quali mi guarda e dice:
«Da quando in qua hanno messo questi nuovi bidoni?»
«Boh» dice l’altro, «comunque sembra vuoto.» E mi prende per il naso (che non è il naso!) e mi scosta.
«Al lavoro» dice l’altro «buttiamo questa schifezza!» Prendono lo scatolone delle meraviglie e lo ribaltano nella bocca dell’essere grande. Poi ci saltano su e se ne vanno. Lì per lì ci resto male, poi penso: se buttano via questa splendida roba e la disprezzano, figuriamoci che altre cose meravigliose hanno, molto più preziose di queste. Pensando rincuorato alla mia cara Lukzenerper, mi lancio dietro al oro a tutta velocità sui trondopattini, finché arrivo in città e quasi fondo per lo stupore. Che varietà di forme e di colori! Che regali portentosi ovunque, immobili o semoventi, piccoli o grandi! Questo è il paradiso, mi dico, ma devo restare calmo e scegliere bene, non lasciarmi stordire dall’abbondanza. Anzitutto non voglio un regalo qualsiasi. Voglio un regalo che anche le femmine terrestri ritengano pregiato e importante. Gli uommini li so già riconoscere, adesso devo trovare una femmina terrestre. Come sarà fatta? Entro prudentemente in un locale con la scritta “bar tabacchi”. Vedo subito una cosa che potrebbe essere una femmina, una cosa con molti nasi e un uommo che li tira su e giù, il che da noi vuole dire giboláin, accoppiarsi. Ma poi sento che l’uommo la chiama “macchina del caffè”. Non è lei. Eccola là, la vedo, la femmina. E, bellissima, tutta addobbata di luci colorate, lancia urla e gridolini mentre un uommo la tiene per i fianchi e la scuote tutta. Se non è giboláin questo! Improvvisamente però le luci della femmina si spengono e l’uomo le dà un grande calcio e impreca. Come sono violenti dopo avere gibolainato! L’uomo mi passa davanti e  lo sento dire:
«Quel flipper è un cesso, non si vince mai. E questo cos’è, un nuovo distributore automatico? » E mi tocca il naso (che non è il naso).
«Boh» fa l’uomo che maneggia la macchina del caffè «che ne so, l’avrà messo lì il padrone. Ehi, guarda lì fuori che femmina sta passando!»
Ci siamo! Guardo dove guardano i due uomini. Stanno passando due cose: una è una cosa gialla con la scritta taxi. L’altra è un uomo con più trond davanti, dei bei fili colorati in testa e gli occhi più vivaci. Mi metto a seguirla più discretamente finché non incontra una simile a lei. Le dice:
«Lo vedi quel coso dietro di noi? Le pensano tutte ormai per fare pubblicità alle lavatrici.» Che sia io il coso?
Poi la prima femmina si ferma ed esclama:
«Che auto! Cosa darei per averne una così!»
Quella che chiama auto è una quazzomobile che fa molto più fumo e rumore. Un po’ ingombrante da regalare, ma se piace tanto… Le auto stanno tutte ferme in fila. Dentro uommini e femmine suonano una nota picchiando un tasto che sta al centro di un trond. Stanno ore e ore a suonare anche se sembrano stanchissimi. Ho capito: l’auto è uno strumento musicale!
Dopo un po’ la femmina arriva in un posto con la scritta “parcheggio” e trova la sua auto con un foglietto giallo sul vetro. Sarà lo spartito per suonare, penso invece la femmina si arrabbia, straccia il foglietto e urla:
«Ingorghi, traffico e adesso anche la multa! Piuttosto che andare ancora in auto la butto in un burrone! Bisognerebbe bruciarle tutte, le auto!» E se ne va, senza neanche suonare.
Ahi, ahi! Non è un gran regalo, allora.
Mi metto a seguire un’altra femmina e la vedo che incontra un uommo. Entrano in un mangiaquazz. Mi infilo dentro anch’io: ho imparato che se sto immobile nessuno dice niente, tutt’al più cercano di darmi da mangiare delle monete. Aguzzo bene le orkekkys e sento la femmina che dice:
«Caro, questo è il regalo più bello che potevi farmi…è splendido, non ho parole» e lo bacia.
Piano piano mi infilo sotto il loro tavolo. Guardo, e sapete che cosa ha in mano la femmina? Un astuccio nero con dentro una collana di quazz, quelle pietrine trasparenti che a Becoda troviamo a migliaia nella cenere. Bel regalo davvero!
Deluso, decido di farmi ispirare dalla televisione, perché anche qui come a Becoda dovrebbe dire quasi la verità. Analizzo tre ore di telegiornali terrestri col mio computer analogico-galattico e il risultato è che il regalo che tutti vogliono, di cui tutti parlano e che tutti ritengono indispensabile e auspicabile è: «fatti».
Entro perciò in un negozietto con la scritta: “Abbiamo tutto” e senza esitare dico:
«Mi dia subito due fatti, uno per me e uno per la mia fidanzata. E mi raccomando: fatti, non parole».
L’uommo mi guarda torvo e dice:
«Guardi, io non so se lei è un robot o un nano pagato da qualche partito politico, ma le dico che ne ho piene le palle di propaganda elettorale.»
«Un momento, ripeta» cerco di dire, ma altri uommini entrano nella discussione e alzano la voce, e poco dopo cominciano a litigare e a tirarsi dei quazz in testa. Mi allontano proprio stufo. Cammina cammina, esco dalla città e mi trovo da queste parti.
Penso di caricare sulla astro mobile uno di quei tappeti grigi che chiamate strade. Ma è pesante da arrotolare. Oppure potrei prendere una fetta di pelo verde. Ma non ho capito nulla della terra e rischierei di portar via un regalo da poco. Tutti riderebbero di me e della mia Lukz. Che scoraggiamento! In quell’istante sento alcuni piccoli di uommo che parlano tra loro:
«Che sete«» dice uno.
«Cosa darei per un chinotto» dice l’altro.
«Pensa» dice il terzo «che regalo se qualcuno ce lo portasse qui…»
Stavolta metto su addirittura la turboelica da spostamento rapido e volo al primo negozio. Sono pronto a usare anche il cannone fotonico. Al banco c’è una donnina con due quazz di vetro davanti agli occhi.
«Femmina» dico «mi dia tutti i chinotti che ha.»
«Sei strano bambino» dice, e anche lei mi tocca il naso (che non è il naso). «Me ne sono rimasti quattro, ti bastano?»
«Szyp» dico io.
«Duemilaquattrocento lire.»
Ahi, a questo non avevo pensato! Però ho un’idea: le metto in mano due o tre di quei quazz brilluccicanti che piacevano tanto all’altra femmina. La vedo sbiancare e ammutolire. Fatto! Volo indietro e atterro davanti ai tre piccoli di uommo.
«Ehi, che buffo» dicono «che cosa sei?»
«Sono il robotto del concorso vinci il chinotto» dico «e voi ne avete vinti tre, uno per uno.»
«Uahu!» grida il primo.
«Grande!» ulula il secondo.
«Che felicità» dice il terzo, e si mettono subito a romperli finché non esce l’olio e se lo bevono. Tutti uguali i bambini:
«Ma insomma» chiedo «è un bel regalo o no?»
«È il più bel regalo che potevo aspettarmi oggi» dice il primo.
«È un regalo meraviglioso» conferma il secondo.
«Adesso sto proprio bene» dice il terzo.
Stavolta è fatta. Ci salutiamo: loro sventolano le mani e io sventolo il naso, quello vero, che ce l’ho a destra in basso.
Il bar sotto il mare, Stefano Benni


Parole chiave: letteratura

COMMENTI

Sono presenti 3 commenti per questo articolo

Eli Mcbett
A me hanno regalao una bella macchina del caffé a cui bisogna torcere bene il naso per far uscire qualcosa, dopo che la lucetta verde si illumina...
il 10 Marzo 2011

Francesco Panaro
Sicura? Sicura che sia il naso?
il 10 Marzo 2011

Eli Mcbett
scura? mai... non era il naso allora. ;D
il 12 Marzo 2011

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