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Un nome, un talismano



di Alain Vircondelet


Della pittura di Balthus si sa e si è visto tutto. E' il momento di guardare nella sua vita. Attraverso i pittori e gli  intellettuali europei del Novecento, attraverso gli occhi di Balthasar Klossowski de Rola. E la penna di Alain Vircondelet.






Bisogna imparare a spiare la luce. Le sue modulazioni, le sue fughe e i suoi passaggi. Fin dal mattino, dopo la prima colazione, dopo la lettura della posta, bisogna informarsi sulle condizioni
della luce, apprendendo allora se quel giorno si dipingerà, e ci si addentrerà profondamente nel mistero del quadro. Se la luce nell’atelier sarà buona per mettervi piede.
 
A Rossinière tutto è rimasto immutato. Come un vero villaggio. Ho trascorso tutta la mia infanzia davanti alle Alpi. Davanti alla massa bruna e funerea degli abeti di Beatenberg, nel biancore immacolato della neve. In fondo, siamo venuti qui per la mia nostalgia della montagna. Rossinière mi aiuta ad avanzare. A dipingere.
 
Poiché proprio di questo si tratta. Potrei quasi dire, senza sembrare esagerato, unicamente di questo. Qui regna una sorta di pace. La forza delle cime, il peso delle nevi tutt’intorno, la loro massa bianca, la bonomia degli chalet posati sugli alpeggi, il tintinnio dei campanacci, la regolarità della piccola ferrovia che serpeggia sulla montagna, tutto esorta al silenzio.
 
È opportuno verificare le condizioni della luce, dunque. Il giorno che viene farà progredire il quadro. Quello in lavorazione da tanto tempo. Forse un solo tocco di colore, e la lunga meditazione davanti alla tela. Solo questo. E la speranza di domare il mistero.
 
L’atelier è il luogo del lavoro, e anche della fatica. Il luogo del mestiere. Nella mia a
attività è essenziale. È lì che mi raccolgo, come in un luogo di illuminazione. Ricordo quello di Giacometti. Magico, ingombro di oggetti, di materiali, di carte, e l’impressione generale di essere vicinissimo ai segreti.
 
Nutro molta ammirazione e molto rispetto per Giacometti, e anche affetto. Era un fratello, un amico. Ecco perché ho questa fotografia di lui, non so chi l’abbia scattata e da dove venga, ma lavoro così, all’ombra di Alberto, sotto il suo sguardo, benevolo, incoraggiante. Bisognerebbe dire ai pittori di oggi che tutto si gioca nell’atelier. Nella lentezza del suo tempo.
 
Amo le ore trascorse a guardare la tela, a meditare davanti a essa. A contemplarla. Ore incomparabili nel loro silenzio. D’inverno, la grossa stufa borbotta. Rumori familiari dell’atelier. I pigmenti mescolati da Setsuko, lo strofinio del pennello sulla tela, tutto viene riassorbito dal silenzio: prepara all’entrata delle forme sulla tela nel loro segreto, alle modifiche spesso appena abbozzate che fanno fluttuare il soggetto del quadro  verso qualcos’altro di illimitato, di sconosciuto.
 
Dalla vasta vetrata dell’atelier si contempla l’immagine tute-lare delle vette. Dal castello di Montecalvello, che possiedo nel viterbese, si vedono all’orizzonte il Cimino e i suoi sentieri di abeti neri che sembrano trattenere i fianchi della montagna. Qua o là è sempre la stessa storia di forza e di mistero che si rappresenta. Come un mondo aperto alla propria notte. E in cui so che bisogna attardarsi per raggiungere la meta.
 
Non so per quale misteriosa analogia, divina sicuramente, il paesaggio di qui, la cima delle Alpi, lo chalet mi fanno pensare alla Cina, che ho scoperto sfogliando un libro sulla sua pittura. I suoi paesaggi mi risultavano familiari, evidenti.
 
Quando abbiamo comperato lo chalet di Rossinière, dopo tutti quegli anni di felicità e di lavoro intensi trascorsi a Roma, a Villa Medici, mia moglie Setsuko e io sapevamo che questo luogo era fatto per noi, che si trovava come a un punto di congiunzione, di unità fra i paesaggi della pittura cinese e giapponese e quelli, classici, della pittura francese.

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Parole chiave: pittura novecento balthus rilke

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